I prescelti di Dioniso

Il Popolo al Potere

Processo alla Democrazia

 

Liberamente tratto da Ἐκκλησιάζουσαι di Aristofane

 

Un’opera letteraria, poiché viene giudicata tale, è già garanzia di successo; riscriverla è compito arduo ma spesso fruttuoso; reinterpretarla, darle un senso nuovo, farla propria, questa è un’impresa. Al terzo anno della nostra esperienza teatrale abbiamo deciso di tentare il salto di qualità, di prendere un testo reso immortale dalla fama e dalla storia – “Le Donne al Parlamento” di Aristofane – e impossessarcene, trovarne uno spunto per parlare a noi e al pubblico di un tema che ci sta tanto a cuore, la Democrazia. Certo, affrontare questo discorso potrà sembrare banale, ripetitivo, inutile, ma è proprio questa presa di posizione che condanna l’argomento, il non volerne discutere. Perché per noi questo è fare democrazia: osservare, aprire dibattiti, trarre conclusioni possibili ma non definitive. La nostra produzione – “Il Popolo al Potere” – è lo specchio della nostra ambizione: una composizione in tre parti in cui il perno è giocato dal processo alla Democrazia, ai suoi principi, alle sue brutalità, ai suoi risvolti più assurdi, non solo nel mondo moderno, ma in tutto l’arco della storia. Non è un’apologia né una denigrazione: è una riflessione permeata di comicità, addolcita dalla maestria di un genio del passato, incarnata dalla recitazione dei nostri attori e aperta a tutte le sfaccettature del pensiero del pubblico. Per questo il discorso non troverà una risoluzione ma si lascerà attrarre dalle più differenti conclusioni: in democrazia tutti devono poter esprimersi, in egual misura. Ma signori, questo è davvero ciò che accade?

 

 

NOTA STORICA

Parlando di commedia greca non si può non pensare ad Aristofane, maestro del genere vissuto in Grecia all’incirca fra il 450 e il 385 a.C.. Come per molti suoi colleghi, la vita privata resta un enigma e i pochi dati biografici che si hanno di lui si possono evincere quasi esclusivamente dalle sue opere. Sappiamo che nacque nei pressi di Atene, che fu un modesto possidente di terre e che esordì giovanissimo con “I Banchettanti” (opera praticamente dispersa) nel 427. Si spense ad Atene, dopo il lancio della sua ultima produzione artistica, “Il Pluto”. Oggi possediamo 11 opere di Aristofane,  ma è facile ipotizzare che il computo totale fosse decisamente più cospicuo: basti pensare che la sua attività durò circa 50 anni, conoscendo l’evoluzione dalle stilistiche più antiche (coro a fulcro della scena, ampi monologhi, utilizzo della parabasi) ad alcune più legate alla commedia nuova (intermezzi musicali, coro a margine della scena, dialoghi martellanti). Nel panorama dell’innovazione si inseriscono senza dubbio “Le Donne al Parlamento”, opera del 392, decisamente figlia dell’evento epocale del 405, la disastrosa sconfitta di Atene al cospetto di Sparta. È uno dei più grandi inni all’utopia che la letteratura abbia mai conosciuto: le donne della città, guidate da Prassagora “La Comandante” che ridicolizzano gli uomini approfittatori controvertendo l’ordine naturale delle cose, ossia assumendo il governo della polis e proclamando il comunismo più puro, l’ideale del “tutto per tutti in egual modo”. Un’intuizione geniale: se il mondo va a rotoli, se la situazione è compromessa (e per tutti gli Ateniesi certamente così doveva apparire), bisogna giocarsi tutte le carte a disposizione, tentare di pescare il coniglio dal cilindro, magari affidando il governo di una città allo sbando a chi è sempre stato costretto in un angolo. Certo, essendo Aristofane un commediografo, l’opera non poté non sfociare nel comico, persino nel ridicolo (esemplare la scena finale delle vecchie che si combattono il giovane amante in nome delle nuove leggi), ma lo spunto riflessivo è certamente da sottolineare: perché non tentare nuove soluzioni quando tutte quelle ipotizzabili sono fallite? Molti, erroneamente, hanno voluto vedere nelle “Donne al Parlamento” solo l’estremizzazione di femminismo e comunismo; al contrario, pensiamo che la scelta di Aristofane sia stata un tentativo di evadere dalla realtà gretta per ricercare alternative concrete laddove sono relegate le utopie, i sogni, le impossibilità. D’altra parte, non sono gli uomini stessi a scegliere cosa sia realtà e cosa utopia? Su questa sottile linea di confine agisce Aristofane, tentando di giustificare con i propri mezzi – comicità, senso dell’assurdo, sarcasmo erotico – una scelta nuova e per tutti inimmaginabile: non è cosa da poco dar voce ai sogni degli uomini. D’altronde, per dirla con le sue stesse parole “La gioventù invecchia, l’immaturità si perde via via, l’ignoranza può diventare istruzione e l’ubriachezza sobrietà, ma la stupidità dura per sempre”.

 

 

“In nome del popolo tutto, prometto che rispetterò queste nuove leggi!
Lo giuro… sulla testa del mio amico Blepiro!”

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